Zanzibar
di Paolo De Lucia.
Sarò sincero, ci è voluto molto perché mi decidessi a scrivere su questo argomento: avendo avuto a che fare con internet per buona parte della mia vita so che ogni cosa su di esso non semplicemente è potenzialmente eterna, ma è anche percepita con un aspetto di eterna attualità. Cioè se ho pubblicato qualcosa dieci anni fa la foto del profilo che ci compare accanto non è quella che avevo dieci anni fa, ma è quella che ho ora, e chiunque volesse potrebbe recuperare quel mio post oggi e leggerlo ed esserne influenzato come fosse stato pubblicato stamattina, e il fatto che ci sia una data ben precisa associata a quel post che lo rimanda a dieci anni fa non conta nulla perché non l’hai mai smentito, quando in realtà te ne sei solo dimenticato.
Ma poi, l’illuminazione:
“Tu, con la tua virtù, Robespierre! tu non hai preso denaro, tu non hai fatto debito, non hai dormito con una donna, hai sempre portato un vestito decente, non ti sei mai ubriacato. Robespierre, sei di una rettitudine rivoltante. Io mi vergognerei di correr per trent’anni fra cielo e terra sempre con la stessa filosofia morale, solo per il gusto di trovare gli altri peggiori di me. Ma non c’è dunque niente in te che qualche volta, sottovoce, segretamente, ti abbia detto: Tu menti, menti!?”
Dice il povero Danton di Büchner. E dato che sono tremendamente conscio di non star facendo altro se non seguire un personale desiderio di esprimermi senza troppe cautele, chiedo al mio inquisitore, se mai esisterà, di farsi pacatamente i cazzi suoi.
Fatta questa premessa per eccesso di zelo, permettetemi di iniziare.
La configurazione del governo Draghi è quella di un governo di emergenza nazionale, larghe intese, come nelle intenzioni del Capo dello Stato che così lo presentava durante le consultazioni a chi ripeteva il mantra di “O Conte, o elezioni”, con una campagna di vaccinazione in alto mare e un'ipotesi di governo possibile sul tavolo. Grandi strategie di comunicazione! Non per niente sono costate al M5S un acuirsi della sua crisi identitaria e al PD la testa del suo segretario di partito, il quale -c'è da dire- doveva il suo successo principalmente alla sua capacità a star zitto. Così i principali partiti di governo sono naturali avversari che però, per supposto dovere e amor patrio, governano insieme. Ma invece di trovare una strategia di governo condivisa, pur lasciando una tensione tra le due parti esplicita nel discorso pubblico, assistiamo giornalmente a intimazioni alla Lega a lasciare il governo da parte della nuova segreteria del PD, seguite da risposte ammiccanti della Lega stessa. Arriverà il giorno che ci si chiederà perché se il PD non vuole governare con la Lega non lasci il governo. A tal proposito bisogna ammettere che la Lega si comporta molto più tatticamente, riuscendo con il controllo del MISE e del Ministero del Turismo, a dare risposte concrete alla parte del suo elettorato meno intrigata dalle tendenze più demagogiche (piccoli e grandi imprenditori che vogliono riaprire e ritornare quanto prima alla piena attività), mentre rispondendo -anche piuttosto pacatamente rispetto agli eccessi del passato- alle provocazioni democratiche riesce a intrattenere le porzioni di elettorato più attratte da questi confronti. Il punto di maggior discussione per PD e Lega, non potendo essere l’azione di governo, sono quelle che Letta chiama riforme. Queste sono per lo più battaglie identitarie delle ali estreme del partito di centrosinistra: ddl. Zan, Ius Soli, voto ai sedicenni e tassa di successione. La difesa e la riproposizione continua di queste “riforme” serve a Letta per consolidare la sua posizione a capo di un partito che già una volta gli ha fatto crollare il castello di carte (Letta da presidente del consiglio non parlamentarizzò mai la crisi di governo, perse la battaglia della fiducia senza neanche combattere) e per imporre la sua linea all’alleanza con un M5S in cerca d’autore (autore che certamente non troverà in quel distillato di Nulla che è Giuseppe Conte). Il punto è, però, che su questo fronte la risposta della Lega non può prendere la forma che vorrebbe, un attacco alla baionetta e chi s’è visto s’è visto, perché altrimenti la tensione con il PD potrebbe esorbitare e portare ad errori di strategie (vd. Papeete 2019) che costerebbero immagine e governo al partito ex-padano. In questo senso si giustifica la strategia più moderata e volta al compromesso perseguita con FI nella gestione dei lavori parlamentari, ma il prezzo di esposizione che la Lega paga aderendo a questa strategia è significativo ed estenuante, uno stillicidio settimanale a suon di meno zero virgola nei sondaggi, percentuali che vanno ad accumularsi nella pozza di Fratelli di Italia, partito alleato ma libero dai vincoli di governo. Mi chiedo però, oltre alla loro utilità politica per le macchinazioni lettiane, queste “riforme” sono davvero tali? Certamente sono riforme, ma la loro radicalità è punto che non può essere trascurato e annacquato nel generico termine “riforma”, e ne sottolinea il fine puramente strumentale per la segreteria di Letta. Di alcuni di questi temi si è già parlato sulle nostre colonne (Torretti su Omofobia e Serino su voto ai sedicenni), a costo di far sembrare il blog monotono, io tratterei questi stessi argomenti pur con l’obiettivo di sottolinearne, appunto, la radicalità e le ragioni di inaccettabilità che vi rilevo.
Soprattutto dopo la pubblicità che vi ha dato Fedez -e forse ancora di più andando avanti nell’anno con giugno (pride month) e con l'avvicinarsi delle elezioni amministrative- si parla molto di omofobia, causa scatenante è la possibile discussione in Senato del disegno di legge cosiddetto Zan (che trovate qui). Io trovo questo ddl. alquanto inadeguato, non solo a raggiungere gli obiettivi del legislatore, ma inadeguato a rientrare nelle esigenze di razionalità che una legge dovrebbe avere. Quanto alle esigenze di costituzionalità non le toccherò perché, pur avendo un abbozzo d’opinione a riguardo, penso sia un discorso che non sono abbastanza preparato a sostenere.
Tralasciando trovate retoriche ed inappropriate come l’istituzione di una giornata nazionale contro l’omofobia (quando tale ricorrenza è già celebrata senza bisogno di alcun crisma statale) e l’organizzazione di programmi di sensibilizzazione nelle scuole, le inadeguatezze che rilevo all’interno del disegno di legge Zan riguardano, essenzialmente, l’inclusione nello stesso del termine “genere”. La distinzione tra genere e sesso è particolarmente controversa non solo a livello politico, ma anche a livello scientifico (vd. un articolo sull’impiego del termine nella letteratura psicologica più aperto alla distinzione qui, uno meno, in risposta al primo, qui) e questo dovrebbe già farne evitare l’inclusione all’interno di una legge. Per chiarire, mentre il sesso è considerato, generalmente, legato al possesso/alla produzione di gameti maschili o femminili ed è quindi binario, il genere (espediente impiegato principalmente per includere i transessuali nella classificazione dei sessi, ma più recentemente esteso ad includere praticamente qualunque atteggiamento generale) è legato all’espressione esteriore di un’identità (qualunque cosa significhi identità) risultato di influenze esterne e riflessioni interne, in questo modo indipendentemente dal sesso biologico (ritenuto un “costrutto sociale”) una persona può così definire il proprio genere arbitrariamente, facendo corrispondere al termine che lo definisce (maschile, femminile e qualunque altro venga in mente) una serie di comportamenti, aspetti estetici, stereotipi e sensazioni. Questo porta alcuni punti di criticità diciamo filosofica.
Il primo punto cade sulla definizione dell’identità. Di identità in questo senso, soprattutto nel mondo anglosassone, si parla da prima degli anni sessanta, ma è qualcosa che personalmente non comprendo, a livello individuale infatti mi sembra impossibile che una persona riesca a definire la sua identità, cioè riesca a dare una piena caratterizzazione della propria persona, che, anche per l’individuo più elementare, sarà un complesso di esperienze vissute, psichiche e fisiche (certamente quindi ormonali e quindi sessualmente distinte), impossibile da sintetizzare in una identità specifica e impossibili da cogliere a pieno; oltretutto, un’identità individuale dovrebbe essere -in un ambito di categorizzazione sociale o di politica identitaria sempre piaciuto alle sinistre e alle destre estreme- paragonabile a quella di altre persone, con le quali il singolo formerebbe un gruppo identitario per il quale sarebbe così possibile attuare specifiche politiche. Opposta alle teorie identitarie deve essere, come dicevo, l’incapacità, non solo dall’interno ma anche dall’esterno, di definire una persona: ogni tentativo sarà sempre riduttivo. Una persona non è un aggregato di statistiche alle quali per n categorizzazioni può essere ricondotta, una persona è una vita con tutto quello che definisce una vita. Le statistiche possono aiutare politica e burocrazie a definire ed implementare le politiche, ma non possono aiutare qualcuno a conoscere sé stesso o qualcun altro.
Un ulteriore punto di criticità nella definizione sta nell’interpretazione di “costrutto sociale” come “imposto dall’esterno”, questa è una posizione ovvia se si assumono interpretazioni storiche di stampo romantico o marxista, se si ritiene cioè che esista una potenza che anima la storia e ne definisca le caratteristiche e i fini, si chiami Spirito, Capitalismo, Patriarcato, etc. In tal senso permettetemi di essere pragmatico, un po’ agnostico e, forse, weberiano, ma credo che le costruzioni sociali siano risultati di una continua evoluzione, per questo inevitabilmente storici e cioè contestuali alla data realtà nazionale, culturale e tecnologica, il cui perdurare nel tempo è dovuto ad un riconoscimento a livello transpersonale di procedimenti e usi come i migliori possibili, i più efficienti o i più apprezzabili o coerenti con il generale sentire umano (una sorta di coerenza con i simboli e le percezioni di un subconscio collettivo), questo è un processo profondo e profondamente rilevante che sublima creando le etiche e tutte quelle costruzioni che le diffondono e le conservano (religioni, istituzioni, miti, etc.). I “costrutti sociali” non sono quindi nulla di imposto dall’esterno o di malleabile attraverso l’attività politica, sono il puro risultato del procedere della storia umana, che data l’incomprensibilità del singolo uomo è essa stessa ancora più incomprensibile e incontrollabile.
Da questi punti però dovrebbe sorgere la terribile freddezza e il burocratismo che le teorie identitarie ritengono fondare l’esperienza umana. Nonostante il continuo richiamo all’umanità e al rispetto dei sentimenti che fanno gli attivisti, ciò che propongono è una realtà kafkiana e non un paradiso di piena realizzazione individuale. Oltretutto la passione per il bizantinismo di queste teorie supera, cosa inaudita, quello della legislazione italiana, che, nella Legge 14 aprile 1982, n. 164, estende il termine “sesso” ad includere “genere”, cioè un transessuale ha il diritto di dichiarare il proprio sesso conformemente al proprio aspetto generale indipendentemente dalla coerenza con la biologia, che, per una volta, sembra una buona semplificazione burocratica finalizzata al semplice riconoscimento, sono poi pochi gli ambiti in cui il sesso biologico concerne il legislatore ed è più apprezzabile che si prendano, in quei casi, soluzioni ad hoc che non adottare soluzioni generali che necessitino poi n postille. A riprova, guardando al testo del disegno di legge non trovo un simile pragmatismo. Infatti, l’art.1 comma 1 punto b) definisce genere “qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso”, in bocca al lupo al giudice che dovrà valutare quali siano “le aspettative sociali connesse al sesso” in ogni “manifestazione esteriore di una persona”. Per cui iniziare ad includere il genere come categoria nella legislazione mi sembra profondamente inappropriato.
Quanto allo Ius Soli assumerò che la proposta di riferimento del PD sia la n. 105, 23 marzo 2018 (che trovate qui), che andrebbe a modificare la norma corrente in maniera di cittadinanza (Legge n. 91, 5 Febbraio 1992, che trovate qui). La proposta lettiana, quanto a puro Ius Soli, permetterebbe di accedere alla cittadinanza (su richiesta dei genitori) a chi nasca in Italia da genitori stranieri, purché uno sia regolarmente soggiornante in Italia da almeno un anno, al momento della nascita del figlio (art. 1, lettera a) della proposta, punto b-bis della modifica) e permetterebbe (art. 2, comma 1 della proposta, comma 2 della modifica) a chi abbia iniziato a vivere in Italia prima di aver compiuto i dieci anni o sia nato in Italia (e via abbia vissuto) di aver diritto alla cittadinanza compiuti i diciotto anni. Quanto poi all’aspetto, diciamo, di Ius Culturae, la proposta permetterebbe (art. 2, comma 1 della proposta, comma 2-bis della modifica) a chi sia nato da stranieri di poter accedere alla cittadinanza italiana purché abbia frequentato un corso di scuola primaria o secondaria di primo o secondo grado. Inoltre, per la proposta di legge (art. 4, comma 1) gli stranieri maggiorenni potrebbero far richiesta di cittadinanza dopo cinque anni di residenza e dimostrando un reddito appropriato, se cittadini UE o rifugiati dopo tre anni.
È facile riconoscere la radicalità di alcune di queste proposte, soprattutto rispetto alle posizioni intransigenti della Lega. Personalmente ritengo che lo Stato debba in generale definire un chiaro percorso per acquisire la cittadinanza e che chi nasca sul territorio italiano abbia diritto ad accedere ad un simile percorso. Ma non credo che chi nasca sul territorio italiano sia, solo in forza di ciò, cittadino italiano, bensì lo è, al limite, chi vi cresca. Pertanto, ritengo l’intero primo articolo della proposta puramente retorico ed inaccettabile. Quanto al resto, la criticità sta nel definire in cosa consista un percorso appropriato per ottenere la cittadinanza per minori cresciuti in Italia e per adulti che ne abbiano diritto, ovvero quali siano i requisiti.
Negare uno Ius Soli, diciamo, “automatico” e permettere comunque l’accesso alla cittadinanza ad un minore richiede che siano definiti dei criteri da rispettare per la conferma della richiesta sia per quanto riguarda il minore che i genitori. In tal senso, la proposta è per me troppo lasca. Infatti, oltre a considerare le scuole frequentate dal minore dovrebbe tener conto del tempo di residenza sul territorio dei genitori e possibilmente anche gli anni di contributi da loro versati (mettere in mezzo l’INPS sarebbe un incubo burocratico che forse preparerebbe davvero a diventare italiani).
Inoltre, portare il limite di residenza per stranieri maggiorenni per accedere al diritto alla cittadinanza da 10 (art. 9, comma 1, lettera f) Legge n. 91, 5 Febbraio 1992) a 5 anni di residenza (in entrambi i casi purché siano rispettati i limiti di reddito per accedere al permesso di soggiorno) è un cambiamento completamente insensato o, almeno, ingiustificato, se non da un supposto senso di umanità collegato all’anticipazione del diritto di cittadinanza che, però, non riesco a cogliere. È quindi anche questa una misura assolutamente retorica e solo utile a sostenere una propaganda basata sulla supposta superiorità morale di chi sostenga questa riforma.
Passiamo adesso alle “riforme Fantasia”, quelle divertenti e sprint che piacciono a chi piace.
La prima è stata quella dell’estensione del diritto di voto ai sedicenni che permetterebbe, finalmente, a ¾ della sinistra italiana di tornare al periodo della loro vita in cui hanno ottenuto i maggiori risultati politici, quando erano rappresentanti di istituto o di classe. Non vedo l’ora che si discuta in parlamento di interrogazioni e compiti in classe. Naturalmente per Letta il voto ai sedicenni ci aiuterebbe a proiettare la nostra legislazione ed azione di governo verso il futuro, ma ciò assume che un sedicenne o un diciassettenne abbia un concetto di futuro o un’idea di futuro, abbia un’idea dei passi concreti per realizzare le loro idee di futuro, o le abbiano almeno chiare quanto quelle di un diciottenne. Ovviamente ci sono eccezioni, ma non credo che un sedicenne abbia in generale simili attitudini, per cui è inevitabile che la proposta elettorale, nell’eventualità del voto ai sedicenni, verrebbe comunque ridotta a misure di favore che guardano alla vita quotidiana e pratica di ciascuno, portando così, se non ad un peggioramento, non certo ad un miglioramento della proposta politica del Paese.
Arriviamo, infine, alla dote ai diciottenni. Questa splendida proposta demagogica parrebbe dover richiedere un aggravio della tassa di successione sui patrimoni più elevati del Paese, perché ogni cadavere lasci ad ogni diciottenne un buono da diecimila euro. Questa proposta si basa su diversi assunti: la ricchezza è un male indipendentemente da come la si conquisti, esiste un eccesso di possesso di denaro, un giovane non riesce a realizzare pienamente sé stesso perché non ha abbastanza soldi, i ricchi devono restituire qualcosa a qualcuno a cui non hanno preso niente. Ovviamente a sinistra subito si ridacchia: “Non ce l’hai più di un milione di patrimonio perché ti opponi?”, naturalmente i principi esistono solo per loro e poi, è ovvio, per loro non solo non hai un milione, ma non lo avrai e non lo potrai avere (soprattutto se riusciranno a governare a loro piacimento). Quando Marx scoprì che la ricchezza si distribuisce in maniera diseguale nella popolazione non fece altro che rilevare e caratterizzare come negativo un principio eterno delle distribuzioni naturali (distribuzione di Pareto), principio talmente eterno da esser stato rilevato da Gesù Cristo e riportato nel Vangelo secondo Matteo (Matteo 25, 29). Per cui la distribuzione della ricchezza è ingiusta? No, è, al limite, ingiusta la conservazione nel tempo nelle stesse mani, almeno se non sono in piedi misure di welfare State. Ma, nel Paese che ha una delle pressioni fiscali più elevate in Europa e un’enorme struttura assistenziale statale, mi permetterei di dire che di ridistribuzioni della ricchezza se ne fanno anche troppe e soprattutto troppo inefficientemente, sarebbe anzi ora che ci si concentrasse sulla riduzione della tassazione in uno Stato che troppo spesso si è dimostrato incapace di saper spendere bene il denaro del contribuente.
L’ipotesi di aiutare con una dote i diciottenni è l’ennesimo caso di guardare il dito, quando il saggio indica la luna. Siamo al definitivo passaggio della politica di sinistra dal Nanny State al Nonna State. Il problema non sono più i diritti sociali: l’accesso al mondo del lavoro, la possibilità di costruirsi una carriera, una famiglia ed eventualmente morire in pace, quello che nel ‘700 chiamavano diritto alla felicità. No! Ti guardano sorridenti, ti chiedono con quale pronome ti devono chiamare, ti danno una busta piena di soldi, ti dicono come spenderli e se riesci a farci soldi sono pronti a toglierteli! Però almeno puoi scopare chi vuoi, cosa che potevi fare anche prima però adesso anche lo Stato deve sapere chi ti scopi, e “mi raccomando! Fai firmare il modulo di consenso prima di fare delle avance a qualcuno! Non dimenticare la marca da bollo da 2 €”.
Originario di Como, cresciuto in Salento, Paolo De Lucia (in arte Bino) è laureato magistrale in ingegneria energetica al Politecnico di Milano. Avido lettore di storia e di filosofia, ha praticato kung fu finché non ha mandato un poveretto in ospedale. Ha un'opinione su qualunque cosa e non mancherà di fartelo notare.




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