Sedicenti Sedicenni: Perché è bene farli votare
di Luca Serino.
Un noto tema di dibattito è recentemente tornato ad occupare il tavolo dell’opinione pubblica: la possibilità di estendere la platea dell’elettorato attivo a partire dai ragazzi che hanno compiuto appena 16 anni. Non è mancato chi, da subito, ha criticato questa proposta e chi, invece, l’ha ritenuta valida. Qui si proverà a spiegare, senza nasconderne le difficoltà, perché è bene ridurre il gap tra scelta politica e coloro i quali subiscono l’impatto delle sue conseguenze.
Piccolo disclaimer: l’utilizzo delle parole “vecchio” e “vecchi” nel corso della trattazione potrebbe sembrare improprio ed offensivo. Può darsi che, in alcuni casi, sia inopportuno (avrei potuto cercare perifrasi più “gentili”), ma garantisco per due anni (garanzia legale europea) che non c’è alcun intento discriminatorio.
I PROBLEMI STRUTTURALI E LE RAGIONI STORICHE
Partiamo dall’analisi dei problemi che hanno portato all’elaborazione della proposta, cioè quello demografico e quello istituzionale.
DEMOGRAFIA: Innanzitutto l’Italia è un Paese anziano, molto anziano, il secondo più vecchio al mondo. Nell’anno 2020, dopo il Giappone, l’Italia ha varcato la soglia del 7,5% della popolazione al di sopra degli 80 anni. Prima in Europa, non mancano neppure le differenze a livello regionale, che denotano una grande incidenza di anziani al nord ed un sud nettamente più giovane, a tal punto da incidere anche sugli effetti della pandemia in corso: a parità di diffusione del virus, gli ospedali della Liguria, ad esempio, hanno dovuto assorbire uno sforzo sanitario nettamente più elevato di quelli campani.
ISTITUZIONI: La proverbiale ingovernabilità del nostro Paese trova un solido alleato nella commistione tra assetto istituzionale e demografia. Al netto delle maggioranze diversificate di Camera e Senato, da imputare a discutibili scelte sulle leggi elettorali, bisogna notare che la Costituzione ha previsto un disallineamento dell’elettorato attivo e passivo tra i due rami del Parlamento. Non basta il paradosso di due Camere con identiche competenze (quello che si chiama bicameralismo perfetto), non basta che la medesima legge elettorale disciplini due modalità di elezioni differenti (e con risultati differenti) nelle due Camere, aggiungiamoci anche che, da un lato, per votare i deputati basta avere 18 anni, mentre per i senatori ne devi avere 25; dall’altro, che l’appartenenza alla Camera dei deputati è riservata a chi abbia un’età non inferiore ai 25 anni, per il Senato della Repubblica il requisito sale a 40 anni. Per quanto tutto questo abbia delle ragioni storiche, non si può nascondere che sia un sistema complicato. Diremmo, “all’italiana”. Ma non finisce qui, perché anche i dati demografici incidono sullo stato delle cose, contribuendo ad aggravare lo scenario complessivo: se in un contesto di scarsità delle risorse giovanili si aggiunge anche la loro limitata “operatività democratica”, il risultato è chiaro. Brutto da dire ma vero: un Paese di vecchi per vecchi.
RAGIONI STORICHE: A ben vedere, una discussione del genere non è nuova nel nostro Paese. Solo nel 1975 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale una legge che prevedeva l’abbassamento della maggiore età dai 21 ai 18 anni, finendo per ampliare notevolmente l’elettorato attivo di quel periodo decisivo nella storia repubblicana. La ragione di quella scelta è da ricercarsi nella generazione dei cd. baby-boomers, talmente tanti da non poter essere ignorati nella presa delle decisioni riguardanti il loro stesso futuro (tralasciamo qui di considerare la bontà o meno delle scelte politiche dei nostri genitori :). In quel caso la demografia aveva determinato la necessità di riequilibrare il sistema democratico nel senso di attribuire maggiore peso a coloro i quali costituivano la maggioranza della popolazione. Nel caso di oggi, si tratterebbe di riequilibrare un sistema che, attualmente, abbatte drasticamente la possibilità che i giovani incidano sulle scelte politiche italiane.
COME SI FA
RIFORMA COSTITUZIONALE: Se, allora, si volesse intervenire, non si potrebbe farlo se non attraverso una riforma costituzionale. Il che, da un lato, come abbiamo ben imparato nel 2016 e nel 2020, prevederebbe un iter lungo e complesso e che si può risolvere in un referendum, dall’altro, trattandosi di un argomento divisivo, rischierebbe di spaccare l’attuale maggioranza, già fragile, che sostiene il governo Draghi. Ma, in realtà, qui si punta in alto, al voto per i 16enni. Più facile potrebbe essere trovare una convergenza dei partiti sul riequilibrio dell’elettorato attivo (innanzitutto) e passivo (possibilmente) dei due rami del parlamento. Insomma, ci accontenteremmo che il processo di cambiamento semplicemente partisse, se pur con una trasformazione graduale della configurazione parlamentare: ad esempio, permettendo ai 18enni di votare anche per il Senato ed uniformando il requisito d’età per essere eletti come senatori a quello previsto per i deputati. E sarebbe già qualcosa.
QUALI SAREBBERO GLI EFFETTI POSITIVI
EFFETTO 1: La prima conseguenza dell’estensione del diritto di voto a chi ha compiuto 16 anni, a mio avviso la più importante e che da sola basterebbe a propendere per questa soluzione, è lo spostamento dell’asse del momento elettorale. Non è un caso che in Italia si parli sempre di contributi previdenziali, di età pensionabile, di pensioni minime e pensioni d’oro, argento e mirra, e spesso lo si faccia nella direzione, secondo me sbagliata, di accontentare i più, accettando il prezzo dell’aumento del debito (cattivo!), che pesa sulle spalle delle nuove generazioni. Quanto appena detto è la logica conseguenza del fatto che un’enorme fetta di votanti appartiene alla categoria dei pensionati o di chi è più vicino alla fine della propria vita lavorativa che al suo inizio. Ed allora, per la proprietà transitiva, se si riducesse l’età media degli elettori italiani, introducendo nell’alveo dei “grandi” poco più di 1 milione di ragazzi (che costituirebbero circa il 2,5% della popolazione votante), le forze partitiche dovrebbero necessariamente ricalibrare la loro offerta politica, cercando di accaparrarsi i voti di chi per la prima volta si siede al banco della vita pubblica. Così, Partito Democratico, Lega, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, dovrebbero tutti iniziare a pensare seriamente ai giovani ed alle tematiche che a questi stanno più a cuore: istruzione e ricerca, lavoro e diritti, ambiente e tecnologia. Ai problemi ad esse collegati i partiti dovrebbero prestare attenzione, ampliando lo spazio dedicato nelle discussioni interne, e dunque favorendo lo sviluppo, nell’opinione pubblica, di una maggiore sensibilità verso questi ambiti di policy. Che poi, in sostanza, sono proprio quei campi in cui l’Italia ha migliori prospettive e margini di crescita, per poter giocare un ruolo da protagonista nel futuro dell’Europa e del mondo.
EFFETTO 2: L’allineamento dell’elettorato attivo e passivo ridurrebbe la distanza nella formazione della maggioranza alla Camera ed al Senato. È evidente come questo possa incidere sulla governabilità del Paese, quanto meno per rimuovere uno dei tanti tasselli che, da 20 anni a questa parte, l’hanno impedita e continuano a farlo. Ma è altrettanto importante permettere ai giovani di scegliere i giovani come loro rappresentanti, a differenza di quello che accade oggi, cioè che i vecchi votano i vecchi ed i giovani non possono far altro che votare i più vecchi di loro.
EFFETTO 3: Questa soluzione darebbe un serio incentivo al rafforzamento del sistema informativo e di quello educativo, al fine di anticipare, nei ragazzi, il raggiungimento di quella consapevolezza minima, che si ritiene indispensabile per poter esercitare il diritto di voto. Sarebbe davvero il momento di potenziare lo studio del nostro assetto costituzione, del diritto pubblico, delle teorie economico-politiche, sin dai primi anni del percorso scolastico. Dal momento che la classe politica nostrana, nonostante i proclami, non ha mai profuso particolari sforzi in questa direzione (evidentemente perché sono temi che comportano uno scarso ritorno elettorale), l’estensione del diritto di voto ai sedicenni costituirebbe un incentivo ad intervenire concretamente sulla formazione degli insegnanti e degli studenti, in quanto non sarebbe più rimandabile il tema dell’educazione civica dei nostri ragazzi.
COSA PENSA CHI E’ CONTRARIO
Dicevo in incipit che non è mancato chi si è dimostrato scettico nei confronti di questa proposta. Innanzitutto, si è sostenuta la tesi del “voto come conquista”: conquista del percorso educativo, conquista del processo di consapevolezza di ciascuno, conquista, soprattutto, di un minimo ma sufficiente bagaglio esperienziale, che conferirebbe quella patente di responsabilità necessaria ad esercitare il primo dei diritti politici. Dunque, prima ci si informa, prima si vive abbastanza da capire come funziona il mondo, poi si accede al primo livello della vita pubblica del proprio paese. E allora, prima le migliorie da apportarsi al sistema scolastico per formare insegnanti e crescere ragazzi più consapevoli, poi il voto. A ben vedere, però, questi argomenti contrari, se pur astrattamente condivisibili, peccano di pregiudizio ed ipocrisia. Pregiudizio di un difetto di consapevolezza che, proprio nel 2021, non può essere giustificato: le sfide più grandi del nostro tempo sono quelle tecnologiche e digitali e, su questo fronte, le giovani generazioni vantano una conoscenza decisamente più profonda degli adulti. Ipocrisia, perché non si può chiedere di essere più informati sui temi sociali e politici, senza, al contempo, dare gli strumenti per informarsi ed educarsi al corretto esercizio dei diritti e dei doveri democratici.
BISOGNA AMMETTERE PERO’…
Non si possono nascondere una serie di difficoltà di coordinamento con il sistema giuridico, alle quali farò qui solo un piccolo cenno. Abbassare il requisito dell’elettorato attivo all’età di 16 anni vuol dire doversi porre il problema della responsabilità penale per i reati dei minorenni, della responsabilità civile genitoriale, della capacità di agire in nome e per conto proprio. Per dirlo in breve, significa stravolgere i nostri schemi giuridici. Oppure si può scegliere di tenere nettamente distinte le due cose: i sedicenni sono grandi per il voto ma piccoli per tutto il resto. Soluzione incoerente, ma pur sempre ammissibile.
Insomma, al cortocircuito di un sistema che demanda ai più vecchi di decidere il futuro dei più giovani, a mio avviso, deve trovarsi una soluzione. L’immotivata sfiducia nei confronti delle nuove generazioni, che si respira nell’opinione pubblica, è forse la strenua resistenza di una classe dirigente anziana che non è in grado di capire e stare al passo con le idee e le priorità delle nuove generazioni. Con questo non si vuole svalutare il valore fondamentale dell’esperienza e della saggezza dei più anziani, si vuole solo bilanciare la presenza nella scena pubblica dei grandi attori di oggi e degli attori di domani, perché è vero che senza gli insegnamenti dei primi i secondi non cresceranno mai, ma è vero pure che senza l’ambizione dei secondi i primi rischiano di non riuscire a guardare oltre i loro piedi.
In conclusione, è proprio ai punti nevralgici della discussione politica sul futuro che dobbiamo guardare per capire se la scelta di aprire il voto ai sedicenni, o quanto meno di armonizzare i requisiti di elettorato delle due camere, può essere saggia o meno. E se alcuni di questi punti sono quelli di cui si parlava prima, cioè ambiente, tecnologia e digitale, allora sarebbe più facile dubitare della consapevolezza dei più anziani, e non certo di quella dei più giovani. Per dirla in altri termini, se parliamo di questi temi, i sedicenti sedicenni sono più che maggiorenni.
FONTI:
- - (Dati del demografo Massimo Livi Bacci – riportati da AGI, Agenzia Italia)
- - (Legge elettorale Rosatellum bis, legge n. 165/2017. Artt. 56-57-58 Costituzione)
- - (Dati Istat sulla popolazione residente al 1° gennaio 2021 - http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=42869)
Luca Serino
Giurista dalla nascita, laureando di professione. Aradeo è il suo balcone sul mondo since 1996. Liberale ma col cuore, è appassionato di politica ed economia. Pratica tutti gli sport ma senza particolari risultati in alcuno.




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