Parliamo di Energia

di Paolo De Lucia.

Durante la formazione del nuovo governo, abbiamo sentito parlare di transizione energetica o ecologica. Mentre l’una mi è chiaro cosa sia, l’altra no, ma assumerò nelle mie valutazioni che sotto il velo demagogico ci si riferisca comunque alla prima. Parlerò quindi di transizione energetica, ma vorrei discutere di un problema critico che circonda l’argomento dell’energia e questo è di carattere culturale e quindi politico. Infatti, il discorso sull’energia si presenta oggi, il più delle volte, o come una predica apocalittica, o come una totale negazione del consenso scientifico, o come una quieta perplessità: una timida incertezza e un cenno del capo, giusto per far finire la discussione. Ognuno di questi atteggiamenti è per me inaccettabile, ma l’ultimo è almeno tollerabile. Proverò, quindi, a comprendere l’origine e l’errore dei primi due atteggiamenti, e, in un'altra pubblicazione, introdurrò e cercherò di farVi apprezzare il mio.

Le due posizioni introdotte sopra si inseriscono in maniera polarmente opposta nell’opinione pubblica contemporanea. La polarizzazione di queste visioni deriva per me da due fattori. Primo: gli strumenti di discussione di cui disponiamo non riescono a riprodurre un ambiente di confronto costruttivo, per limiti tecnici e d’utilizzo. Secondo: mancano posizioni intermedie anche e soprattutto a causa della complessità dell’argomento, questo porta la scelta della propria posizione a sembrare binaria e legata a valutazioni di carattere prettamente ideologico. Eppure, non si sono ancora definite chiaramente delle ideologie chiare e strutturate attorno alla questione energetica, bensì ci sono per lo più, come dicevo, semplicemente due posizioni, due atteggiamenti, il cui approccio è strettamente sentimentale, irrazionale, così come la loro attrattiva; queste posizioni sono poi, ovviamente, interpretate e scelte anche attraverso una riflessione ideologica, e anche a questo accennerò.



Chiamiamo una visione scettica, l’altra vana.

La posizione scettica si fonda, in genere, sull’assumere che il corrente o il tradizionale approccio alla produzione energetica sia non solo valido, ma esente da cambiamenti di sorta. A mio parere lo scetticismo che si manifesta in questa posizione nasce dal generale abbandono delle strutture etiche tradizionali che lascia i più disarmati di fronte a una continua serie di forti e rapidi cambiamenti cui hanno assistito impotenti nel corso della loro vita o che il mondo sembra ora richiedergli (intendendo con mondo tutta una serie di forze all’infuori del controllo individuale), altrimenti -e forse anche allo stesso tempo- l’origine può risiedere nell’espressione di un giudizio positivo sull’approccio corrente alla produzione di energia. Entrambe queste origini non invalidano a prescindere la posizione stessa e personalmente trovo entrambe comprensibili. La produzione di energia attraverso combustibili fossili ha permesso di godere dei migliori standard di vita nella storia del genere umano e ha permesso e ancora permette a milioni di persone nel mondo ogni anno di uscire dall’indigenza. Non è quindi difficile assegnare a una simile fonte di energia un’accezione positiva. Se poi ci concentriamo sul generale abbandono delle costruzioni etiche tradizionali (soprattutto nelle aree più avanzate dell’Occidente) conseguito a due guerre mondiali e al diffondersi di visioni del mondo profondamente ciniche e relativiste, e teniamo conto della solitudine, la desolazione e il generale aumento delle distanze degli individui con i propri pari e le istituzioni che l’ultima globalizzazione e l’evoluzione tecnologica hanno generato, non è difficile comprendere perché alcuni possano essere scettici davanti a quella che si prospetta come una rivoluzione nell’approccio alla produzione di energia che sembra imposta da istituzioni poco rappresentative, non sembra fornire le stesse garanzie di impiego e di affidabilità delle tecnologie correnti e richiede costanti riadeguamenti delle abitudini individuali. Viste queste premesse sembrerebbe difficile non essere scettici. Ma nella radicalizzazione del discorso pubblico un comprensibile scetticismo è, spesso, riportato ad una totale abnegazione dei tratti positivi e necessari che la transizione energetica sembra portare con sé, per andare così a rinnegare la validità della scienza, delle sue conclusioni e dei suoi consensi, che sembrano essere procedimenti imposti dall’alto, le cui conclusioni vengono viste come imprescindibili e le risposte che richiedono disinteressate delle esigenze individuali. Nell’assumere l’assoluta validità di queste valutazioni, la prospettiva scettica rientra perfettamente in quella malata del narcisista, inteso in un’accezione impiegata dallo storico Giovanni Orsina nel suo “La Democrazia del Narcisismo” (edito Marsilio, 2018). Orsina riflettendo sulla crisi etica e politica contemporanea vede il narcisista come qualcuno che non persegua l’“interesse ben inteso” di Tocqueville. Un egoista, insomma, ma di più “Il narcisismo trova il suo modello nella psicologizzazione del sociale, del politico, della scena pubblica in generale”; si ricorda, poi, l’intuizione di Christopher Lasch per cui la realtà assume per il narcisista una finalità psicoterapeutica: “Privato di consistenza e significato autonomi, il mondo può allora essere giudicato soltanto per quanto ostacoli o favorisca il benessere psicologico individuale di chi lo abita.” (pag. 57 op. cit.). Per riassumere, la posizione scettica è quindi, in generale, innervata nella crisi etica e culturale della nostra civiltà e ulteriormente aggravata dalla situazione storica e dalle sue conseguenze, e trascende, in definitiva, un sano e razionale scetticismo per diventare una reazione irrazionale alla desolazione individuale e sociale avvertita da chi, per istinto di conservazione, la abbraccia. 

Passiamo a considerare la visione che ho detto vana. La vanità cui mi riferisco sorge dalla irrealizzabilità delle prospettive di chi condivide questa visione, ispirate dall’urgenza che trasmettono le analisi e le previsioni sul riscaldamento globale e le sue conseguenze. Tutte valutazioni ragionevoli e, abbastanza, sostanziate scientificamente ma che nella discussione pubblica e nelle parole (e menti) degli attivisti vengono interpretate con senso apocalittico. Questa accezione è, per me, una reazione a crisi culturali e storiche equivalente, in un certo modo, a quella che abbiamo visto più su e come quella ha forti tratti di irrazionalità che non permettono una fredda valutazione di ciò che sia possibile fare, facendo concentrare piuttosto su ciò che bisognerebbe fare. La differenza tra la realtà e la teoria in questo ambito è abissale, le ragioni di ciò sono tecniche, politiche, economiche, e, nonostante questo, vengono spesso trascurate nel discorso ambientalista per opportunismo, per superficialità o per vizio culturale. Quanto alla superficialità e all’opportunismo sono soluzioni retoriche, entrambe fondate sull’assunto che la transizione energetica verso fonti a basse emissioni clima alteranti sia un bene per il mondo e per il genere umano, prendendo questo come assolutamente valido ed inopinabile è possibile giustificare una serie illimitata di scelte e soluzioni che nella pratica sfiorano il confine dell’ideale e soprattutto non tengono conto di complessità politiche imprescindibili, dal mio punto di vista (che provvederò ad esporre in una successiva pubblicazione), assumendo che o la loro idea in realtà non ponga tutti questi problemi (cosa di cui non sono assolutamente certo) o che questi siano giusto una difficoltà di percorso nel cammino della rivoluzione permanente (e non uso un linguaggio marxista solo per scherzare). Queste soluzioni retoriche sono però uno strumento molto utile che permette anche ad una ragazzina di sembrare di avere una qualche rilevanza nel discorso pubblico sulla transizione energetica, aldilà del valore che possono avere la sensibilizzazione al tema e la mobilitazione di massa. Detto questo, rimane da guardare al vizio culturale insito a questa prospettiva, esso nasce dalla tendenza della coscienza umana ad innamorarsi delle sue creazioni. So che sembra un discorso astratto, e in un certo senso lo è. Però, intendo con questo parlare di un tema affrontato in alcune delle più grandi opere letterarie della storia. Infatti, questo argomento è centrale alla storia della Torre di Babele, o ad opere come “Il Paradiso Perduto” di Milton, il “Faust” di Goethe, “I Demoni” e “Memorie del Sottosuolo” di Dostoevskij, “Padri e Figli” di Turgenev, ma è stato anche centrale agli studi di Jung, Arent e Solzhenitsyn. Insomma, lasciando da parte la revisione della letteratura, quello che intendo è che quando si è innamorati non si notano tutti i difetti dell’altro, e questo vizio culturale porta a ritenere la scienza infallibile e, quindi, assolutamente imprescindibile. Non intendo con questo dire che gli studi sul riscaldamento globale, le sue possibili cause e conseguenze non debbano essere presi in considerazione. Bensì, intendo dire che alcune soluzioni radicali ipotizzate dalla visione vana, come un totale e rapido cambiamento nell’approccio alla produzione di energia richiedono una ingerenza statale o sovranazionale nelle questioni dell’industria energetica che sfiora il controllo totale e una serie infinita di pretese sul cambiamento degli atteggiamenti individuali. Per quanto giustificabili scientificamente, queste valutazioni si affidano ad un’accezione fideistica delle possibilità della scienza e richiedono, per ottenere risultati soddisfacenti agli occhi dei loro proponenti, che diritti fondamentali di individui e comunità vengano calpestati per un bene percepito come superiore. Questa visione non è capace di apprezzare la reale tecnica industriale, che è un bilancio delicato tra le possibilità scientifiche e quelle economiche, e trascura, spesso e volentieri, il lato umano delle conseguenze delle scelte che richiede, che sono alle volte profondamente disumane. Non è raro sentire attivisti parlare di controllo sulle nascite, perché “un bambino equivale a otto Hammer”, e di rieducazione forzata o di UBI (Universal Basic Income, a.k.a. Reddito di Cittadinanza) per chi lavora nel campo degli idrocarburi. Il velo di osservanza dell’opinione scientifica con cui chi abbraccia questa visione si copre serve solo a giustificare la loro arroganza, il loro fatalismo e la loro disumanità. 

Insomma, questa visione è inaccettabile nella sua superficialità e nella sua disumanità, ed è, come quella scettica, profondamente irrazionale pur nascondendosi dietro un manto di ortodossia scientifica.  

















Paolo De Lucia



Originario di Como, cresciuto in Salento, Paolo De Lucia (in arte Bino) è laureato magistrale in ingegneria energetica al Politecnico di Milano. Avido lettore di storia e di filosofia, ha praticato kung fu finché non ha mandato un poveretto in ospedale. Ha un'opinione su qualunque cosa e non mancherà di fartelo notare.

Commenti

Post più popolari