Myanmar, cosa sta succedendo. Davvero.

di Sara Bruno.

In Myanmar, dal golpe militare dello scorso primo febbraio, milioni di persone hanno partecipato a manifestazioni pacifiche contro il regime. Secondo un gruppo locale, fino ad ora i morti sono 215 e le persone arrestate più di 2000. Nel paese, che ha iniziato il lungo processo per diventare una democrazia appena 12 anni fa, sono state tenute le elezioni lo scorso novembre.  Il partito della lega nazionale per la democrazia (ndl), capeggiato da Aung San Suu Kyi, leader nazionale dal 2015, ha vinto con 368 seggi su 434. Una vittoria schiacciante sul partito di riferimento dei militari, quello di destra della solidarietà e dello sviluppo, che ha conquistato solo 24 seggi. I vertici dell’esercito hanno contestato l’elezione, sostenendo con una campagna social che ci fossero stati brogli. Il primo febbraio, giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la prima seduta in parlamento, San Suu Kyi è stata arrestata. L’esercito, guidato dal generale Min Aung Hlaing, ha dichiarato un anno di governo militare per “riscrivere la carta costituzionale”. A Nipidov (la capitale) e Yangon (seconda città più grande) le strade sono state bloccate, le banche chiuse, è stato interrotto internet e ogni tipo di comunicazione. Nei giorni successivi i manifestanti sono scesi nelle strade di migliaia di città, e da allora le donne sono state le protagoniste delle proteste.  “Abbiamo preso una posizione di primo piano nella lotta al regime perché crediamo sia la nostra causa”, ha dichiarato Ma Ei Thinzar Maung, 27 anni, ex prigioniera politica che, assieme ad un'altra donna della sua stessa età, ha condotto la prima manifestazione anti-golpe a Yangon cinque giorni dopo l’accaduto. L’area del sud-est asiatico è storicamente sessista e la tradizione buddista vede le donne ai piedi degli uomini. Con creatività ribelle, giovani donne hanno appeso file di sarong femminili, il vestito tradizionale, per proteggere le zone di protesta, sapendo che alcuni uomini sono riluttanti a camminare sotto di loro. Altre hanno affisso immagini del generale Min Aung Hlaing, all'impiccagione htamein, come affronto alla sua virilità. D’altra parte i militari hanno a loro disposizione armi molto più sofisticate: droni di sorveglianza israeliani, dispositivi di cracking dell'iPhone europei e software americani per hackerare i computer e accedere a informazioni personali. Questo, oltre alle “regolari”, brutali, pratiche di repressione: manifestanti pacifici vengono sparati per le strade, utilizzati come rilevatori umani di mine, le donne vengono stuprate.



Chi protesta, rischia la propria vita in nome della democrazia. 

Attenzione, però, a confondere questa per la favola liberale del popolo contro il tiranno, questa è una storia che parla di disperazione, di stanchezza, di ormai esasperante necessità di avere una voce.
Anche durante gli ultimi dieci anni, infatti, i militari si sono assicurati il controllo sui ministeri più importanti (difesa, interno, immigrazione) e una rappresentanza politica fissa al 25% dei seggi in parlamento. Thant Myint-U, giornalista che si occupa di Myanmar, ha sottolineato la natura instabile della nazione: un governo largamente impopolare, che prende il controllo con la forza, in uno spazio occupato da diverse etnie armate ostili tra loro. In Myanmar, uno stato povero e complicato, con 55 milioni di abitanti e una superficie grande il doppio dell’Italia, convivono infatti 135 etnie diverse, divise in 8 gruppi. Ognuno possiede delle milizie armate, finanziate dall’Europa, dagli USA, dalla Cina. La stessa San Suu Kyi, volto delle proteste, è una figura politica complessa e controversa, al centro della storia del suo paese da oltre 30 anni. Figlia di Aung San, eroe nazionale dell’indipendenza birmana, aveva lasciato il paese all’età di 17 anni, in seguito al golpe militare del 62’. Nel 1988, tornata nel paese, è stata attivista per la democrazia, leader nonviolenta e prigioniera politica vincitrice del premio Nobel per la Pace, trascorrendo 15 anni agli arresti domiciliari. Dopo la sua liberazione, nel 2010, ha guidato l’opposizione e nel 2015 ha vinto le prime elezioni libere del paese, diventando di fatto leader del Myanmar. Nel 2017 ha appoggiato i militari durante il genocidio perpetuato nei confronti dei Rohingya, minoranza musulmana, perdendo credito a livello internazionale. Nonostante ciò il consenso all’interno del paese è rimasto molto alto, soprattutto tra i membri dell’etnia Bamar, nonché quella più rappresentata. In prigione da febbraio, la sua popolarità continua a crescere e i manifestanti rivendicano la sua figura come simbolo della democrazia. Le accuse mosse dai militari spaziano da crimini improbabili, come aver importato walkie-talkies stranieri, a riciclaggio di denaro e non rispetto delle norme anti-covid. Se dovessero essere confermate, Aung San Suu Kyi, 75 anni, potrebbe affrontare l’ergastolo. Il suo avvocato, Mr. Khin Maung Zaw, ha sostenuto pubblicamente che “Non dovrebbero lasciare che Daw Aung San Suu Kyi passi da eroe a martire, perché a quel punto la volontà di libertà delle persone s’infiammerà, e il suo martirio diventerà la loro più grande forza”. In un luogo in cui il potere è storicamente legittimato dalla forza, caratterizzato da una storia di totalitarismo e repressione, l’ultima generazione è cresciuta con una finestra sull’occidente libero: non ha intenzione di chiuderla adesso. 














Sara Bruno


Classe 2003. Liceo Scientifico "Antonio Vallone" a Galatina ma ora in scambio a Helsinki con il Programma Intercultura. Nomade, a metà tra il Salento e i Paesi Baschi. Legge tanto, parla troppo, le piacciono la matematica e la politica estera, il XXI Secolo e le sue eccentricità. Potrebbe fare uso sproporzionato di ironia. 


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