Eroi qualsiasi
di Enrico D'Acquarica.
Vi siete mai fermati a riflettere sul peso e sul vero significato che viene attribuito alle parole? Una che mi ha sempre colpito è “eroe”. Quattro semplici lettere, si ripresentano costantemente, le leggo spesso, sui giornali, in tv, su un messaggino whatsapp (ironicamente) quando riesco ad organizzare una partita di calcetto. Ma è così semplice avvalersi di un tale “titolo”? A mio parere ognuno di noi, nel suo piccolo può ritenersi un eroe. Eroi possono esserlo i medici che lottano in prima linea contro Il Coronavirus, lo sono i volontari che offrono sostegno e solidarietà a chi ne ha bisogno, lo sono tutti quei lavoratori che riescono ad offrire alla propria famiglia un’esistenza dignitosa. Ma in un mondo di reali o apparenti eroi, oggi, forse, meritano di essere menzionati due uomini di cui probabilmente nessuno, o in pochi, erano a conoscenza: sono l’ambasciatore Luca Attanasio e il carabiniere Vittorio Iacovacci. Quando si intraprende la carriera diplomatica, così come quando si decide di indossare la divisa, si sa bene che in alcuni momenti del proprio lavoro si potrebbe rischiare la vita. I diplomatici quando si trovano all’estero sono “in missione”, e questa non si svolge solo sul soffice velluto o sul bianco marmo di una sfarzosa ambasciata, ma spesso capita di sporcarsi di fango anche nella giungla. Luca e Vittorio sono morti sul campo, mentre svolgevano il loro ruolo, vittime di un brutale attentato avvenuto in un’area ritenuta di “alta tensione” (socio-politica si intende) del Congo mentre erano in viaggio per distribuire alimenti e viveri. Il convoglio di jeep nel quale viaggiavano è stato preso d’assalto da un gruppo di uomini, bardati e armati fino ai denti, ancora non identificati, che hanno crivellato i mezzi nel tentativo di sequestrare l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio. La notizia ha scosso e non poco l’opinione pubblica italiana e internazionale. Non si sono fatti attendere i messaggi di vicinanza alle famiglie delle vittime da parte dei vari Mattarella, Draghi, Di Maio ecc. Tuttavia, la matrice dell’attacco non è ancora chiara.
Non si è fatta di certo attendere la caccia ai responsabili di questo tragico evento. C’è chi punta il dito contro il Fdlr, le Forces democratiques de liberation du Rwanda, il principale gruppo residuo di ribelli ruandesi aderenti alla dottrina dell’”Hutu Power”. C’è invece chi parla addirittura di Isis. Tuttavia, anziché domandarsi su “chi è stato” sarebbe più opportuno indagare sul “perché è accaduto”, “come è potuto accadere”. Sorge quindi spontaneo una riflessione, dove finisce il concetto di eroe e dove comincia quello di martire? Si avverte sempre un certo patriottismo nell’assistere a un memoriale militare in stile “American Sniper”, veder sventolare il tricolore in segno di lutto, sentir squillare quella tromba con una malinconica sinfonia, quasi ci riempie il cuore d’orgoglio, e ci fa raggiungere quella fierezza nell’affermare “sono degli eroi”. Ma non c’è niente di eroico nel vedere due vite spezzate, così, senza preavviso, in una giornata qualunque, le vite di due uomini che stavano semplicemente svolgendo il loro lavoro (un lavoro senza non pochi rischi e pericoli). Non sarebbe più opportuno prevenire, o almeno cercar di prevenire tali tragici eventi? Evidentemente qualcosa è andato storto, serve chiarezza e giustizia. La domanda a questo punto è limpida: il convoglio sarebbe mai stato fermato se ci fosse stata una scorta adeguata che l’ONU in questi casi dovrebbe provvedere? Sembra che nell’organizzazione del convoglio qualcosa abbia funzionato malissimo o addirittura per nulla. Esigere i fatti che hanno portato alla tragica morte di Attanasio e Iacovacci e del loro autista congolese, Mustapha Milambo, deve diventare la priorità assoluta. La verità dovrà essere accertata senza tentennamenti perché chi ha sbagliato, dovrà risponderne. La vita dell’ambasciatore non potrà più essere restituita alla moglie e alle sue tre piccole figlie, così come quella del giovane carabiniere alla giovanissima donna che lo attendeva in Italia per portarlo all’altare tra un mese. Forse la verità su questa evitabile tragedia potrebbe garantire un minimo di giustizia. Chi serve l’Italia all’estero con la stessa passione del diplomatico Luca Attanasio che lavorava per la pace e per portare aiuti ai più bisognosi, si merita di esser protetto e chi ha sbagliato dovrà pagare e chiarire l’epiteto negativo di questa faccenda. È fondamentale ricordare che gli ambasciatori e tutto il corpo diplomatico sono tutelati dalla Convenzione di Vienna (immunità diplomatica), dunque chi li ha uccisi ha violato delle leggi internazionali…a pensarci bene, la storia ci ha insegnato che alcune guerre sono scoppiate anche per molto meno. Ma sarebbe troppo facile rispondere con la stessa moneta, invadere il Congo con uomini e carri armati, o con gli F-35 nuovi di zecca…come magari avrebbe fatto un Kim-Jong-un qualunque. Ma Luca e Vittorio erano proprio lì per evitare tutto questo, erano lì per difendere i diritti umani e questo gli è costato la vita. Sono incazzato e tristemente sorpreso che l’evento non abbia ricevuto l’impatto mediatico che merita, ma soprattutto che la classe politica italiana, il Ministero degli Esteri e chiunque altro di competenza non abbia preso di polso la situazione. Purtroppo la visita del Premier alle famiglie delle vittime e il tricolore sulle bare, questa volta non è più sufficiente. Ci vuole di più. L’Italia ha il dovere di chiarire questa situazione, di trovare e punire i responsabili, e laddove sia necessario pretendere dall’ONU giustizia. Chi sostiene che la migliore strategia per ottenere verità sia quella della condiscendenza, chi pensa che fare affari, vendere armi e navi di guerra, stringere la mano e guardare negli occhi gli interlocutori stranieri possa essere funzionale ad ottenere collaborazione giudiziaria, oggi sa di aver fallito. Mi auguro di non dover assistere a un nuovo caso “Regeni” o un ennesimo caso “Zaki”. Questa volta ci vuole molto di più di una stretta di mano tra le parti, e non mi riferisco a un “D-Day” italiano in Congo, ma ad una presa di posizione severa. Ne vale non solo la vita di due uomini, che meritano giustizia e non vendetta, ma anche dell’immagine diplomatica del nostro Paese, troppo spesso calpestata (e umiliata oserei dire), ma soprattutto evitare che la verità possa essere, ancora una volta, insabbiata. In conclusione, dovemmo quotidianamente rendere omaggio a tutti coloro che ogni giorno si schierano in prima linea, per conseguire un fine, per render dignitoso il proprio lavoro, per difendere e proteggere un ideale o un’iniziativa che possa portare beneficio a una comunità e non solo quando accadono dei “tristi lieto fine”, perché a quel punto i meritevoli diventano importanti solo dopo la morte, e quindi non si parla più di eroe, ma di martire. Il martire è un eroe? Probabilmente lo è. Ma allo stesso tempo i martiri spesso non hanno fatto altro (e non è affatto poco) che vivere mettendo in pratica il loro lavoro, la loro passione e dedizione accendendo con la loro vita dei “tizzoni di speranza” in contesti difficili e disagiati. Cosa intendo dire? Nessuno ci chiama o ci esorta al martirio. Siamo tutti chiamati però, con le nostre capacità e possibilità, a portare la luce dove ci sono le tenebre.Enrico D'Acquarica
Enrico D’Acquarica nasce a Galatina nel 1997. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, prosegue gli studi in Ingegneria Biomedica presso l’Università degli Studi di Pavia. Si definisce un “burlone sognatore", perché soltanto nel divertimento, nella passione e nel ridere si ottiene una vera crescita culturale. Mediocre sportivo, ex pallavolista, tennista e nuotatore, a volte strimpella la chitarra




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