Coscienza mia, obiezione mia

di Antonio Torretti.

 “Questi conservatori sono tutti a favore dei non nati, farebbero di tutto per i non nati... Ma una volta che sei nato sono cazzi tuoi!” cit. George Carlin


L’aborto è stato praticato clandestinamente in Italia con una percentuale di mortalità altissima, fino al 1979, anno in cui la legge 194 liberalizza l’IVG (interruzione volontaria di gravidanza).

L’IVG può essere effettuata in due modi: tramite l’assunzione della pillola abortiva (aborto farmacologico) o tramite intervento chirurgico. L’aborto farmacologico è universalmente riconosciuto come il metodo più sicuro e meno invasivo; l’RU486, il farmaco che induce l’interruzione di gravidanza, è stato reso disponibile in Italia solo nel 2009 con un ritardo imbarazzante se si pensa che in Francia è in uso dal 1988 e in Inghilterra dal 1990. Oltre a garantire una maggiore sicurezza per la salute non richiede alcun tipo di ricovero, fattore non trascurabile in un periodo in cui la pandemia ha richiesto un’ottimizzazione straordinaria della capienza degli ospedali. Tutto ciò farebbe ipotizzare una percentuale di aborti farmacologici molto superiore rispetto a quelli chirurgici, ed in effetti è così ovunque… tranne in Italia. 

Nel 2015 la percentuale di aborti farmacologici rispetto al totale è stata del 40% negli Stati Uniti, del 64 % in Francia, del 72% in Svizzera, del 92% in Svezia e solo del 17 % in Italia. È altamente improbabile che le donne italiane trovino più rassicurante l’intrusione di uno strumento chiamato “asta di dilatazione” all’ingestione di una pillola, quindi le ragioni andranno ricercate nella selva, aspra e forte, della burocrazia italiana. Difatti per accedere a questa pratica sono stati posti in essere due notevoli limitazioni: il termine massimo di sette settimane dall’ultima mestruazione ed il ricovero ospedaliero di tre giorni, contrariamente alle linee guida dell’Oms che garantiscono la sicurezza fino a nove settimane di gestazione e, quindi, l’inutilità dell’ospedalizzazione preventiva. Limitazioni che sono completamente ingiustificate dal punto di vista medico e le cui ragioni risiedono nella resistenza ideologica ed etica di una fetta cattolica e conservatrice dello scenario politico e culturale italiano.

Plot twist. Il 2 agosto 2020, il Ministro della Salute Speranza introduce nuove linee di indirizzo per l’interruzione volontaria di gravidanza per via farmacologica che di fatto eliminano le suddette restrizioni e apparentemente ci riallineano agli altri paesi occidentali. Sembreremmo un paese al passo con i diritti civili se non fosse che non lo siamo affatto, infatti:

  • In Piemonte, a fine settembre, l’assessore di fratelli d’Italia Maurizio Marrone emette una circolare volta a vietare la somministrazione della pillola abortiva nei consultori e a finanziare ed incoraggiare l’ingresso negli stessi consultori di associazioni il cui statuto prevede “finalità di tutela della vita fin dal concepimento”, cioè di attivisti pro-life che hanno come preciso compito quello di scoraggiare e colpevolizzare l’abortente fino a farle cambiare idea.
  • L’Abruzzo -governato da Marco Marsilio di Fratelli d’Italia –emette una circolare (simile a quella piemontese) in cui si invitano le ASL locali ad effettuare l’aborto farmacologico preferibilmente in ambito ospedaliero e non presso i consultori familiari.
  • In Umbria, se possibile, si raggiungono vette ancora più alte.  Alessandra Tesei, candidata della Lega alle regionali del 2019, si presenta alle elezioni firmando un manifesto promosso da sette associazioni pro-life. Riporto, per la tutela della vostra sensibilità, solo alcuni passi di questo zoppicante testo: “sostenere la famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna”, “tutela della vita fin dal concepimento con il riconoscimento, per il concepito, della dignità di persona umana e di soggetto membro del nucleo familiare”, “la predisposizione, all’interno delle strutture e dei presidi sanitari e ospedalieri, di culle per la vita e sportelli per la vita”, “evitare progetti ed iniziative ispirate alla teoria dell’indifferentismo sessuale”. Queste idee troppo oscurantiste anche per il peggior Savonarola, devono aver avuto un certo appeal sull’elettorato umbro dato che, la Tesei, vinse quelle elezioni diventando presidente di regione. Coerentemente con quanto professato, la Tesei abroga una legge regionale, approvata dalla precedente amministrazione di centrosinistra, che consentiva l’assunzione della RU486 in day hospital.  È questo, nello specifico, l’atto che suscita accese polemiche e costringe Speranza alla già citata introduzione delle nuove linee guide. La regione accetta queste nuove delibere ma, nei fatti, la procedura farmacologica non è tuttora praticabile nei due ospedali più grandi della regione, quelli di Perugia e di Terni.
  • La regione Marche, anch’essa governata dal centro-destra, si oppone alle nuove direttive. Il capogruppo al consiglio regionale di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli “giustifica” questa presa di posizione come un’azione atta a sventare il pericolo di “sostituzione etnica”

Ma com'è possibile che una regione possa intraprendere decisioni che si discostano dalle linee guida del governo nazionale? La risposta è semplice: in ambito sanitario la regione è relativamente libera di dare disposizioni a patto che non vadano contro i principi stabiliti dallo Stato (in questo caso la legge 194). Oltre all’opposizione interna di alcune regioni, anche l’altissimo numero di obiettori di coscienza sparsi su tutto il suolo nazionale mina alla qualità del servizio. Questo avviene in particolare nel meridione dove, in alcune regioni, le percentuali di obiettori arrivano al 90%. In Molise c’è un solo ginecologo non obiettore e questo è sufficiente ad esemplificare la gravità della situazione. Rinunciando in partenza alla speranza di avere uno stato laico che finalmente si spoglia del polveroso retaggio clericale diventando realmente tale e di vedere riconosciuto l’aborto come un diritto inobiettabile, si può virare su una soluzione più praticabile: la telemedicina.



Per telemedicina si intende tutto l’insieme di pratiche telematiche volte a curare un paziente a distanza. Un metodo intelligente e rivoluzionario per migliorare l’assistenza sanitaria specialmente in un periodo critico come questo, non solo per la pandemia, ma anche per la crescita esponenziale di malattie croniche (come l’ipertensione), che hanno bisogno di un costante monitoraggio. Ogni ambito clinico ha delle tecniche differenti di applicazione in telemedicina ma in questa sede verrà analizzato esclusivamente l’apporto che questa può dare all’IVG.

In Europa sette paesi attualmente hanno concesso “l’aborto a domicilio”. In Danimarca e in Svezia questa possibilità esisteva già prima della pandemia e altri cinque paesi l’hanno adottata successivamente (Inghilterra, Galles, Scozia, Francia e Irlanda). In buona sostanza funziona così: dopo aver effettuato l’ecografia e le analisi del sangue presso l’ambulatorio più vicino, si procede con una consulenza tramite video call con il personale autorizzato che comunica eventuali allergie ai farmaci o altre complicanze e le modalità del processo (esattamente come avverrebbe in una visita normale). In seguito si potranno ritirare i medicinali in farmacia o farseli recapitare direttamente per posta e, dopo qualche giorno, si rifanno nuovamente delle analisi per confermare che l’aborto sia andato a buon fine.

 Il procedimento è identico a quello dell’aborto farmacologico tradizionale ma svuotato di visite e consulenze che non necessitano di una presenza fisica (almeno tre), le quali verrebbero rimpiazzate da teleconferenze che permetterebbero un monitoraggio più costante e quindi paradossalmente più ravvicinato con la paziente. Tutte le organizzazioni mondiali della sanità hanno espresso un parere favorevole a questa pratica ritenendola sicura tanto quanto l’approccio “tradizionale, anche l’esperienza di migliaia di donne sembra confermare la sicurezza e i vantaggi dell’aborto domiciliare. Così facendo si aggirerebbe il problema della scarsità di ospedali in cui è possibile abortire e della penuria di medici non obiettori, le persone che vivono in aree rurali o che hanno problemi di natura logistica eviterebbero di intraprendere viaggi proibitivi, si ridurrebbero drasticamente le ospedalizzazioni e anche il rischio di poter contrarre il Covid negli ambienti ospedalieri. Inoltre si preserverebbe maggiormente la privacy, fattore non trascurabile nel caso di pazienti che vivono in contesti familiari problematici. Ultimo vantaggio, ma non meno importante, i medici non obiettori non si troverebbero più isolati perché potrebbero contare su una più ampia rete di personale non più vincolato a presiedere fisicamente in un dato posto. Non c’è molto da sperimentare, le esperienze di questi paesi sono già sotto i nostri occhi… Perché non c’è un volere unanime a procedere in questa direzione? Perché molti compatrioti partoriscono, è proprio il caso di dirlo, scetticismi di questa natura: 

“È una soluzione che lascia sempre più sola la donna in una decisione drammatica".

Le donne non sono una massa omogenea in cui tutte hanno la stessa emotività e le stesse esperienze; ci sono donne a cui l’aborto ha provocato un legittimo e comprensibile dolore e ci sono altre che invece hanno provato solo un grande sollievo per la ritrovata autonomia. La visione univoca dell’aborto come un evento particolarmente traumatico e permeo di rimorso è una narrazione artificiosa e preconcetta che non trova riscontro né nella realtà né nelle statistiche: un lungo studio dell’American Psychology Association, durato trent’anni, ha riscontrato che l’incidenza di depressione nelle donne che hanno terminato una gravidanza con l’aborto è uguale a quella delle donne che l’hanno terminata con il parto. Abbattere questo tabù sarà il primo passo per comprendere come i sensi di colpa nascano sempre da cause esterne e che un aborto meno accessibile influisce ad accrescere le ansie sociali e le probabilità di subire traumi. Molte preferiranno affrontare questo passo circondate dalle persone care in un ambiente confortante come quello domestico, altre avranno bisogno di un supporto psicologico che telematicamente sarà più facile ricevere senza intraprendere impraticabili e stressanti viaggi per raggiungere i pochi consultori che ancora  non hanno subito pesanti tagli ai fondi e al personale, alcune preferiranno il ricovero, e c’è anche chi, amante del brivido, cercherà supporto rivolgendosi ad associazioni pro-vita dove un esercito di fanatici religiosi sarà pronto ad accoglierla a braccia aperte e, rigorosamente, a menti chiuse. Quanto è bella la libertà di autodeterminarsi!

“Facilitare l’iter porterebbe le donne a considerare l’aborto come un metodo contraccettivo ed assisteremmo di conseguenza a una impennata di richieste di IGV”

In che modo la maggior parte delle donne potrebbe preferire l’espulsione di un embrione tramite una mestruazione artificialmente indotta rispetto all’uso del preservativo o della pillola anticoncezionale? Queste considerazioni misogine, che nascondono (ma neanche troppo) una scarsa considerazione o conoscenza del tema, provengono da uomini colpevoli di non saper ascoltare le donne e da donne ancora più colpevoli di covare pensieri degradanti verso il proprio genere. Anche per quanto riguarda il rapporto facilità di accesso all’aborto/frequenza i dati parlano chiaro: rispetto al 2008 (anno precedente all’introduzione dell’IGV farmacologico) ci sono stati 41.000 aborti in meno ogni anno (il 66% in meno). Questa costante decrescita conferma che sensibilizzare i più giovani ai problemi che concernono la sessualità è l’unica chiave, insieme ad una più ampia ed economicamente accessibile diffusione dei contraccettivi, per prevenire gravidanze indesiderate. Dobbiamo accettare il fatto che, nelle nostre società digitalizzate, il sesso è sotto gli occhi di tutti e il periodo dell’innocenza si assottiglia sempre più. Una seria educazione sessuale deve essere impartita fin dalle scuole elementari da figure specializzate, e non scaricando questo gravoso compito sulle spalle di insegnanti che non ne hanno la competenza come solitamente accade, se accade… pensare che un aborto “meno banale” e meno fruibile possa influire sul numero delle gravidanze indesiderate è ingenuo tanto quanto chiudere le tangenziali per combattere la prostituzione.

L’aborto è omicidio

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Se è formativo e doveroso dialogare con le istituzioni e con i più scettici, tra noi e il fanatismo religioso, invece, si erge un muro di incomunicabilità totale. Parliamo di persone che sfilano in corteo con cartelloni raffiguranti feti morti come si fa con i polmoni anneriti delle campagne di sensibilizzazione contro il fumo; parlare dell’aborto come si parla di un pacchetto di sigarette…è questa la vera banalizzazione. Parliamo di persone che confondono il diritto di avere delle proprie credenze, siano esse giuste o sbagliate, con il dovere di inculcarle a chi non le condivide. Parliamo di persone che vorrebbero togliere libertà alla vita per darla a una vita potenziale come se vivere fosse solo una questione di prosecuzione della specie. Non parliamo con queste persone, combattiamo finché la selezione naturale del progresso non farà il suo lavoro, relegando fuori dal futuro chi già del presente non ci ha capito nulla. Combattiamo per difendere la libertà di sprigionare il nostro potenziale di felicità, l’unico potenziale che deve essere mantenuto in vita ad ogni costo.












Antonio Torretti

Antonio Torretti nasce nel 1996 a Galatina e si laurea all'Accademia di Belle Arti di Brera senza particolari lodi. Si definisce un nichilista speranzoso, un anarchico moderato e un rivoluzionario nei giorni feriali.


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