Indizi di Mario Draghi
di Luigi Margari.
"Don't take me as a fool!"
Era un pomeriggio scialbo di metà Luglio del 2015 a L'Aia, di quelli tipici olandesi, con l'atmosfera da droghe sintetiche in stile Kalkbrenner, in cui è arduo assaporare l'estate come siamo abituati in Italia. Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea si sentiva rivolte in tono bellicoso queste parole. Non ne fu affatto impressionato. Ne aveva già viste tantissime tuttavia questo fatto, assai meno famoso degli altri ma per certi aspetti più decisivo, è rivelatorio sulla persona del neo-Presidente del Consiglio dei Ministri.
Laureato alla scuola di Federico Caffè, keynesiano, con una tesi sulla possibilità di introdurre la moneta unica nel vecchio continente. Già si potevano sentire le prime folate del vento impetuoso del monetarismo che avrebbe sferzato di lì a pochi anni la scena internazionale dell'economia. Nasci da incendiario e muori da pompiere, il futuro salvatore dell'euro era infatti a dir poco contrario alla sua nascita e non credeva nella riuscita del progetto. Qualche anno dopo all'MIT di Boston si dottorò sotto l'egida dei premi Nobel Robert Solow e Franco Modigliani, dal quale apprese insegnamenti preziosi oltre che una forma mentis moderna, pragmatica e non manichea che gli si rivelerà fondamentale. Tre le tematiche del suo lavoro finale: un'analisi empirica sulla caduta della produttività marginale dei fattori di produzione, in particolare il lavoro, in relazione all'output con relativi errori nelle procedure di stima dell'epoca; alcune considerazioni sulla validità delle condizioni di Marschall-Lerner, rivelatesi più stringenti del previsto, in relazione alla svalutazione competitiva; infine, la più utile per capire l'attuale contesto, una disamina del tradeoff tra politiche di breve e obiettivi di lungo periodo. Partendo dal celebre modello di Solow sullo sviluppo economico in relazione alla produttività marginale decrescente dei fattori Supermario ne crea una variante che al contrario della formulazione classica tiene in considerazione i fattori di breve periodo e la conseguente relativa evoluzione nel long run. "Policies that are optimal in the long run may not be optimal for short run stabilization purposes" e viceversa. Due le spiegazioni alternative fornite: economia tendente allo stanlinismo e la scarsa considerazione delle dinamiche di breve periodo. Secondo Draghi ciò che può essere utile tra 10 anni può essere altamente destabilizzante per i primi 6 mesi. I governi incapaci di qualsivoglia atteggiamento lungimirante si limitano ad aggiustamenti giorno per giorno facendo si che il "growth of the backward sector is sacrifised" oppure poiché molto spesso "la crescita nella parte più povera del paese non può essere promossa a partire da una situazione di disoccupazione nella parte più ricca". Non esiste per Draghi un solo punto di equilibrio per l'economia, ma diversi, sia nel lungo che nel breve periodo. Le strategie che si presentano al decisore sono due: la prima è appunto la già citata politica day-by-day scegliendo di rimandare gli aggiustamenti strutturali ad una condizione futura di un'occupazione maggiormente consolidata, condizione che non si verifica mai ed anzi finisce con l'impedire anche la stabilizzazione di breve; la seconda alternativa non prevede affatto un equilibrio di breve ma porta frutti in futuro. Tutte le alternative che si impongano di realizzare entrambi gli equilibri secondo Draghi sono fallaci a causa dell'impossibilità da parte del decisore di conoscere come sarà allocato l'eccesso di offerta tra consumo privato ed accumulo di capitale.Con queste certezze e molte altre esperienze troppo lunghe per essere raccontate in questa sede il nostro presidente assisteva in silenzio allo svolgersi dell'eurogruppo, l'assemblea dei ministri delle finanze di eurolandia per l'occasione allargata anche ai capi di governo, di cui ricorderete sicuramente il presidente di allora, Jeroen Dijsselbloem, l'olandese con il naso a forma di marmitta sulla cui punta penzolavano gli occhialetti, la chioma riccia, e l'aria da smammato. L'oggetto del contendere era una questione decisiva per le sorti del mondo: la crisi del debito greco. La decisione per la verità era incoscientemente già stata presa da chi nell'Unione contava di più ossia i paesi del nord, la Grecia sarebbe dovuta fallire. I paesi del sud erano debolissimi nella trattativa e completamente in balia degli eventi, si pensi che l'unica cosa che la Francia era riuscita ad ottenere era la "temporaneità" dell'uscita greca dal club della moneta unica e naturalmente sappiamo tutti quanto non esista nulla di più duraturo di tutto ciò che è provvisorio in politica. La tensione si tagliava a fette, quando Draghi con nonchalance spiegò a tutti come evitare la Grexit. Fu bruscamente interrotto nientepopodimeno che da Wolfgang Schauble, l'arcingno ministro tedesco delle finanze, il campione assoluto dei falchi che dall'alto della sua celebre carrozzella gli urlò contro un secco: "Non prendermi per ****". Morale della favola, la riunione fu sospesa, un fatto unico mai accaduto. Alla sua ripresa i paesi mediterranei con ritrovato vigore riuscirono a ribaltare il risultato, ottenendo il salvataggio della Grecia che rimase nella moneta unica al prezzo di un piano di risanamento eufemisticamente draconiano che però ha salvato il mondo ed in particolare l'Europa e l'Italia da una seconda ed immensamente più grande e catastrofica Lehman Brothers che ci avrebbe resi la nuova Argentina.
Se è vero, come io penso, che i politici italiani siano indegni di Schauble, possiamo, incrociando le dita delle mani, dei piedi e non solo, per una volta, ben sperare.
Luigi Margari
"La situazione è un pò più complessa" (Giulio Andreotti). Laurea CLES (Bocconi). Cattolico ma non santo, liberista non libertario, meglio gli scogli della sabbia, salentino non pugliese, radicato non provinciale. Il mio dolce preferito è il Pasticciotto.




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