Coraggio

Di Paolo De Lucia.

Lo stato corrente della civiltà occidentale pone chi si approccia a prendervi parte in modo attivo (per esempio un laureato di 24 anni) davanti ad una vasta serie di criticità. Queste sono di carattere storico, intra ed intergenerazionali. Quando parlo di criticità di carattere storico mi riferisco alla lunga serie di crisi e tensioni che hanno percorso e percorrono la nostra civiltà sempre rinnovando e rinvigorendo un sentimento apocalittico.

Senza riferirci necessariamente alla corrente pandemia, pensiamo di quali eventi “cataclismici” è stato testimone un ventiquattrenne: un attentato terroristico di proporzioni e pubblicità senza precedenti; una crisi economica e finanziaria radicale, i cui effetti hanno persistito per più di un decennio sulla vita e la narrazione comune della società, ovvero per quasi la metà della vita del nostro ventiquattrenne; ed in fine il progressivo manifestarsi di possibili effetti di un riscaldamento globale che sembra essere connesso all’attività umana o almeno ai modi operandi industriali fino a recentemente ritenuti lo stato dell’arte. La risposta a queste sciagure da parte delle generazioni che le hanno vissute in giovinezza è stata più pronunciata e radicale nell’area anglosassone dell’occidente, che rimane, ad ora (nell’opinione di chi scrive), la vera fucina vitale della nostra civiltà. Ma non per questo nel vecchio continente non se ne è sentito l’influsso. Basti guardare al corrente assetto politico europeo, in cui i partiti social-democratici stanno scomparendo davanti al completo fallimento dei loro tentativi di ennesima ristrutturazione dopo la caduta del totem sovietico, dopo l’esaurimento dell’ispirazione del New Labour e dei democratici riformisti/neo-con di stampo clintoniano, mentre avanza la nuova ideologia dura dell’ambientalismo con drammatici e disumani tratti malthusiani; scricchiolano le fondamenta dei partiti popolari di più valida tradizione (CDU-CSU in Germania) e cedono quelle di altri più deboli (i Repubblicani in Francia, Forza Italia in Italia e il Partito Popolare in Spagna), puniti dagli elettori per l’incapacità che hanno dimostrato nel rinnovare la propria classe dirigente e nell’interpretare le spinte nazionaliste anti-istituzionali degli ultimi anni. 



Confrontandosi con un quadro simile il nostro ventiquattrenne si guarda intorno e cerca solidarietà e 
unione d’intenti almeno con i propri coetanei, ma qui si deve confrontare con un'altra tempesta di posizioni frequentemente prive di alcun legame con la realtà, radicali, catastrofiste, rassegnate al costante stato di crisi che ha definito gli anni della loro formazione. Vede da un lato chi anela tempi passati idealizzati nella narrazione contemporanea come un’età dell’oro, pensiamo, in Italia, al superficiale innamoramento per una Prima Repubblica che ha oggettivamente poco di amabile e poco da insegnare a chi voglia affrontare con vigore un presente così impetuoso. Dall’altro lato vediamo invece chi tenta costantemente di rivivificare ideologie decrepite, sconfitte dalla storia e dal senso di umanità di molti occidentali. Ma da entrambe le parti si sentono istanze per un rafforzamento dello Stato che si manifesti come partecipazione attiva in sfere di competenza che sono (e dovrebbero rimanere) di esclusiva competenza dell’iniziativa privata. Questa continua ricerca di sicurezza porta a guardare allo Stato come unica possibile fonte di salvezza. Posizione, questa, vana e superficiale, soprattutto se lo Stato in questione è quello italiano, un ammasso di metastasi burocratiche guidate da una classe politica senza alcun senso della realtà, che nel corso della vita repubblicana non ha fatto altro che dimostrare la sua incapacità nell’interpretare e facilitare le spinte creative, vitali e innovative di un popolo che ha sempre dovuto combattere con una costruzione statale ossessionata dal controllo, dalla regolazione e con pronunciate manie di protagonismo. Eppure, questa realtà non traspare e i giovani sono terrorizzati anche solo ad immaginare quale futuro potrebbero costruire, chiedendosi piuttosto quale futuro gli si imporrà e vivono in questo stato di totale deresponsabilizzazione individuale, privi del coraggio di affrontare le sfide che la storia gli sferrerà contro, già rassegnati alla sconfitta.

In questo solco sboccia la crisi del rapporto intergenerazionale. In un mondo che sente già le dita dell’inverno demografico stringerglisi attorno al collo e che le accoglie con entusiasmo masochista, chi entri nel mondo del lavoro lo fa conscio della responsabilità di dover sorreggere sulle spalle il peso di uno stato sociale oltremodo pingue e che sembra solo curarsi degli interessi di chi ne riceve i vantaggi e non di chi ne sostiene l’esistenza. Ciò inspira una rabbia accecante che fa facilmente dimenticare le responsabilità vicendevoli tra generazioni, così che gli uni chiedono stabilità lavorativa e una pensione decente facendo pesare le loro richieste grazie al loro maggiore peso elettorale, mentre gli atri pretendono la totale ristrutturazione del sistema contributivo, la distruzione del corrente assetto produttivo del Paese, richiedono assistenza statale per sostenerli in sogni vanagloriosi o per finanziare la loro pigrizia e rifiutano la responsabilità di affrontare la Storia e di prepararsi a guidare il proprio Paese attraverso le tempeste che quella è in ogni momento pronta a presentargli, rifiutano la responsabilità di costruire e costruirsi un futuro. Ebbene, il nostro ventiquattrenne vede tutto ciò, ne sente l’attrazione, ma ne rifiuta le avances. È conscio di non essere solo nonostante il silenzio o l’avversione che sente in risposta alle sue affermazioni. Egli, come altri, ritiene che il mondo abbia un futuro solo se l’uomo ha un futuro e che l’Italia avrà un futuro solo se chi, forgiato nel crogiolo delle crisi di inizio secolo, si assumerà la responsabilità di costruirlo, senza inutili risentimenti, senza pavide pigrizie, ma con pragmatismo e un senso di umanità fondato su una tradizione cristiana, umanistica e liberale che ha stimolato la nascita del Paese, ne ha ispirato i momenti e le persone migliori e non ha ancora esaurito la sua carica vitale.
























Paolo De Lucia



Originario di Como, cresciuto in Salento, Paolo De Lucia (in arte Bino) è laureato magistrale in ingegneria energetica al Politecnico di Milano. Avido lettore di storia e di filosofia, ha praticato kung fu finché non ha mandato un poveretto in ospedale. Ha un'opinione su qualunque cosa e non mancherà di fartelo notare.

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