Alexei Navalny tra le crepe di Vladimir Putin

di Sara Bruno.

Ultimamente siamo stati un po' occupati – dalla pandemia, dalla crisi di governo, Draghi che ci salverà e Salvini europeista. Qualcuno ha esultato per la vittoria di Biden, è rimasto scioccato dallo sciamano qanonista che assalta il Campidoglio. 

Le cose americane si riflettono in Europa, rientrano in quella bolla che si chiama mondo occidentale, e questa non è una novità. È invece inusualmente ampio lo spazio dedicato alle vicende dell’oppositore russo Alexei A. Navalny – il tentato assassinio tramite avvelenamento, il ritorno in patria e il successivo arresto - e alle proteste che ne sono generate. Se non fossimo tutti concentrati sulla corsa al vaccino, probabilmente se ne parlerebbe ancora di più.


Ad agosto 2020, in Bielorussia, in seguito alla rielezione di Lukashenko, all’inizio delle sommosse e all’esitazione ad intervenire del presidente Vladimir Putin, si era parlato della paura del Cremlino che le proteste facessero da specchio alla situazione russa. Putin, intervistato, aveva evitato di esporsi troppo e alla domanda riguardo la repressione della polizia aveva tergiversato, spostando l’attenzione sui problemi di razzismo negli USA.




Pochi giorni dopo l’inizio delle proteste in Bielorussia, Navalny è stato ricoverato d’emergenza in ospedale ed è finito in coma a causa di un avvelenamento da Novichok. Da qui in poi il Cremlino ha portato avanti una gestione maldestra della situazione, tuttavia perfettamente aderente alla logica politica putiniana, fondata su una facciata di appoggio monolitico (inesistente, ma importante da mostrare) e sulla repressione politica. Il completo disinteresse nella gestione del consenso è infatti l’eredità sovietica di una Russia convinta che la continua discussione ad Occidente sia simbolo della debolezza delle sue democrazie. 

Non hanno capito che più si uccide Navalny, più diventa letale. 


Tornato in patria Navalny è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere, sentenza riconosciuta come infondata e politicamente motivata dalla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo e per la quale la Russia ha pagato un risarcimento, per poi riemettere la condanna. Il governo ha dimostrato che non solo non sta alle norme internazionali, ma nemmeno alle proprie, rafforzando l’idea diffusa che quello che era nato come un governo autoritario si stia trasformando in un regime dittatoriale.

Dal 23 gennaio proteste di massa sono partite in tutto il paese, e con esse la violenza “pedagogica” del Cremlino: manganelli, storditori elettrici, ossa e teste rotte. Nei cinema, luoghi frequentati in maggioranza da giovani, prima della proiezione dei film passano filmati che mostrano i manifestanti picchiati dalla polizia. 


E’ anche vero che quest’ondata di proteste – e l’emblematica figura di Navalny – non hanno paragoni nella storia Russa.  Navalny è frutto di una cultura affacciata all’Europa, e ha capito che un’opposizione elitista non funziona. Conosce le debolezze del regime, la sua prevedibilità, e sa come portarlo al punto di rottura. E’ un abile giocatore di poker: appena tornato in patria ha fatto uscire un film-inchiesta di 2 ore sulla vita di Putin e sul suo palazzo finanziato da fondi statali. Il video ha raggiunto 112 milioni di visualizzazioni e si stima che in Russia una persona su tre lo abbia visto. “Volevamo capire come un ordinario ufficiale sovietico sia diventato un folle, ossessionato dai soldi e dal lusso, più che ossessionato, disposto a distruggere il suo Paese e a uccidere in nome dei suoi forzieri pieni di oro”


Il motto dell’opposizione, che non trova più spazio per i meme carini o i manifesti divertenti, che è dura e arrabbiata e vuole affrontare di faccia il regime, è : “non abbiate paura, il potere va deriso". I russi sanno di vivere in un paese immeritatamente povero e ingiusto e stanno vivendo lo schock valoriale di una società (quella del regime comunista dell’Urss, che non conosce la proprietà privata) in cui è approdato il capitalismo: non hanno bisogno di sentirselo ripetere. Vogliono sentirsi dire che si può scegliere tra bene e neutralità, che ciò che sembra granitico è in realtà friabile. Navalny l'ha capito ed è riuscito a fondere le rivendicazioni principali (libere elezioni, diritti umani, giustizia, lotta alla corruzione) con la rabbia e lo scontento causati dalla gestione della pandemia, dalla povertà e dalla diseguaglianza. Ha dato vita una protesta trasversale e socialmente eterogenea smuovendo anche province roccaforti putiniane: operai, camionisti, pensionati, dipendenti pubblici sono stati arrestati e finiti in ospedale accanto ai giovani universitari.


Vladimir Putin, "il ladro schifoso", chiuso nel suo bunker, ha il più basso tasso di consenso dal 1999. Comunica notizie discordanti dalla base del Cremlino, vagheggia con i giornalisti, appare psicologicamente disturbato. 

All'inizio del 2020 aveva modificato la costituzione per rimanere al potere fino al 2036,  ma quest'ipotesi è sempre meno probabile. 

Le proteste di massa stanno portando il sistema allo stremo, il Cremlino non è un monolita, tra le nuove élite vi sono diversi aspiranti leader e il crollo del petrolio porterà all'esaurirsi della ricchezza russa. A due passi da noi, in Europa,  sta accadendo tutto questo - e ne subiremo le conseguenze.















 Sara Bruno

Classe 2003. Liceo Scientifico "Antonio Vallone" a Galatina ma ora in scambio a Helsinki con il Programma Intercultura. Nomade, a metà tra il Salento e i Paesi Baschi. Legge tanto, parla troppo, le piacciono la matematica e la politica estera, il XXI Secolo e le sue eccentricità. Potrebbe fare uso sproporzionato di ironia. 


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